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presentazione

Arti fantasma e volo
di Erminia Turilli

Fabrizio Savi, scultore italiano di origine marchigiana, classe 1961, segue i corsi di Architettura e Design all’Istituto d’Arte di Macerata e nel 1987 conclude la sua formazione di scultore all’Accademia di Belle Arti della stessa città. A vent’anni ha l’incarico di ideare il modello scultoreo per il piazzale delle Cartiere Miliani di Fabriano.

 
Versatile ed eclettico, spazia dalle discipline plastiche ad altri orizzonti espressivi.Dal 1983 al 1988 si cimenta infatti in un’esplorazione d’avanguardia su nuovi mezzi elettronici e digitali; banda di ispirazione, che ritornerà ciclicamente nelle sue opere applicata in varie forme. Sviluppa installazioni, primi modelli di realtà virtuale non immersa utilizzati come espressioni artistiche.
In quegli anni, che vedono l’incipit delle tecnologie digitali, Savi è convinto che l’arte possa  proseguire il suo percorso evolutivo esclusivamente con l’ausilio del  mezzo tecnologico e nel 1988 brevetta un sistema di rilevazione ottica collegato ad un computer e lo utilizza nelle sue opere interattive.Le sue numerose installazioni, Halley, Là, Ho l’acqua alla gola, Babyt , sono presenti nelle più autorevoli rassegne d’arte d’Europa degli anni Ottanta, dove riscuotono un grande consenso di critica.
Nel 1992 vince una borsa di studio della Comunità  Europea, gestita dall’organizzazione francese Pépinières. Opera per sei mesi a Francoforte sul Meno nell’Istituto dei Nuovi Media con artisti multimediali internazionali. In questo periodo realizza sculture in polvere di marmo e in seguito intraprende un’attività di successo come designer e produttore di oggetti d’arte d’arredamento.
 
 
Nel 1994 brevetta modelli di piastrelle decorative  metalliche per rivestimenti, prodotte poi dall’ azienda veneta Ceramgres. Contestualmente crea  paralumi-scultura in pasta di marmo, molto apprezzati in Italia e all’estero per la loro raffinatezza e originalità.
In questi anni Savi incontra imprenditori e galleristi d’Europa ed espone le sue sculture-paralumi nell’ambito di fiere specializzate come il MACEF di Milano, l’ART di Firenze presso la Fortezza da Basso e la Dolce Vita di Londra, dedicata alle eccellenze del made in Italy. Le sue opere vengono più volte recensite nelle prestigiose riviste di arredamento: AD, Casaviva e ML.
 
 
Agli inizi del 2004 Fabrizio Savi riprende la sua attività scultorea artistica, si concentra sul potere espressivo del corpo umano: il movimento, la leggerezza, la forza e la violenza sul corpo amputato, tronco con arti mancanti. Si rifà alle sculture antropomorfe in terracotta delle donne nude del Neolitico, sedute in ginocchio, prive di braccia e di gambe, Veneri con vari nomi, idioletto, Dea madre, Dea della fertilità, simili in tutto alla Dea madre egiziana  proveniente dall’ Egitto (Naqada I, circa 3500 anni fa) o al  Torso del Belvedere  di Apollonio di Atene del I secolo A.C.
Savi declina questa ispirazione con i principi del grande  Etienne Decroux, che prediligeva il busto quale parte del corpo più carica di senso.
L’artista rimane profondamente colpito dalle teorie dell’attore e mimo francese, scomparso nel 1991, docente presso il Piccolo Teatro di Milano e all’Actor’s Studio di New York, autore del trattato Il mimo corporale drammatico, in cui Decroux descrive la grammatica del corpo dell’attore, codifica un alfabeto, un sistema di movimenti del corpo umano e afferma che particolari tratti di sequenze e movimenti espressivi possono essere smontati, descritti e, secondo un criterio, duplicati sulla scena teatrale.Da qui parte Savi che coglie la suggestione drammatica e la struggente intensità delle torsioni del busto senza braccia e gambe nella rappresentazione scultorea.
 
L’artista per le sue sculture e i suoi bassorilievi sin da giovane si inspirava al mondo teatrale delle danzatrici classiche, sole o in trittico, in scultura verticale o in bassorilievo su piano di un metro quadrato, rappresentate sempre in modo etereo, apollineo, con corpo velato da scialli, gonne di tulle, fondali decorati da drappi di scena.Dopo aver incontrato Decroux si concentra invece su  corpi privi di testa e arti: modella il busto con arti mancanti, li realizza in gesso, in marmo nelle grandi misure di due metri, mentre nelle piccole misure di 30-40 cm (17) li veste, li ricopre d’argento. Li ferma su una base illuminata a led con raggi di luce, i quali evidenziano millimetricamente a fotogrammi la tensione muscolare del movimento, la parte più pesante e meno articolata, per esprimere infine senza finzioni o manierismi la torsione del movimento, la tragicità del corpo tronco.
   
   
L’attualità lo induce poi a una riflessione sullo stato confuso dell’Arte contemporanea, al quale risponde con concretezza attraverso la dimensione fisico-spirituale del corpo modellato, amputato, deprivato e infine ricreato con nuova bellezza espressiva. Savi medita su alcuni movimenti in cui la torsione, l’intreccio, lo spasimo, l’abbandono e il volo, permettono al fruitore di riappropriarsi di una gamma di emozioni dimenticate o mai attraversate.
Il procedimento operativo parte dalla danza classica e percorre continuamente il teatro, dal ballo classico fino ad arrivare alla contrazione muscolare della danza esistenzialista, concettuale (18); le sue sculture sembrano pose scenografiche accese da una fotografia intellettuale, contemporanea, che operano a contrastare la negligenza spaziale bilaterale e ad attivare la sindrome degli arti fantasma, la percezione nervosa e sensoriale di ciò che non appare, che, tranciato dal reale, non c’è più.
 
L’artista, per analizzare e modellare il corpo, parte dalle figure delle sei posizioni della danza classica fondata sul principio fondamentale dell’en dehors (in fuori/verso l’esterno), per cui le gambe devono esibire al pubblico la parte interna, per questo la coscia deve piroettare all’esterno di 90° rispetto alla linea del corpo.
Il corpo così appare con la colonna vertebrale eretta, con i muscoli che formano la cintura addominale e i glutei contratti, la rotazione del femore verso l’esterno e la testa in linea sulla stessa verticale dei piedi, in posizione naturale.
L’en dehors non è una semplice convenzione, ma è necessaria per dare agli arti inferiori del danzatore libertà di movimento in ogni direzione, permettendo alla testa del femore di ruotare liberamente e completamente nel suo acetabolo. La posizione si ottiene dopo anni di studio ed è legata alla conformazione fisica di ogni danzatore. Per questo l’artista qui studia e rappresenta.
La coscia ruotata al massimo verso l’esterno, rafforzando da una parte i muscoli rotatori della coscia e dall’altro aumentando la flessibilità dei tendini dell’anca.
In Savi è inoltre fondamentale la postura del busto, che nelle danzatrici viene sempre modellato eretto e allungato verso l’alto.
Le spalle tenute abbassate e aperte, il collo sostenuto in allungamento, in modo dinamico, il bacino in retroversione e in costante mantenimento dell’en-dehors delle cosce; questa posizione, che può sembrare innaturale, è esclusiva in Savi per mantenere la linea e l’equilibrio della ballerina durante l’ evoluzione scenica della sua rappresentazione scultorea.
Attualmente Savi lavora a ritratti di profilo di personaggi-mito in bassorilievi quadrati: Papa Francesco II, Dario Fo, Riccardo Muti, etc.
Opere interessanti che ricordano alcuni scultori del Quattrocento impegnati a rappresentare le celebrity del loro tempo.
 
 
Nell’attuale panorama artistico in cui, negli ultimi trent’anni, i codici tradizionali sono stati rapidamente abbandonati, in cui tutti i linguaggi si sono definitivamente ibridati, Fabrizio Savi  si configura come artista di una tendenza lirica della scultura, in cui il transitorio si fissa nella durata, segnata dall’uso di materiali quasi eterni come il marmo, il fugace nella forma, il tragico nel volo, l’esistenza nell’ espace della torsione lenta e struggente del corpo amputato e dell’arto fantasma.